Fallimento e Amore:
quale verità ci stiamo portando ogni volta che una relazione finisce?
In questi giorni mi sono state poste alcune domande che hanno a che fare con l’amore.
Forse.
Forse hanno a che fare con l’amore, o crediamo così.
In realtà, hanno a che fare con le dinamiche relazionali, i bisogni, le necessità, i desideri, le emozioni, l’attaccamento, la solitudine e il nostro vecchio caro senso di separazione.
Sì, perché in realtà, la parola “amore” è solo un’altra parola per dire Unità, Uno, “Lo Stesso”. Quell’Uno che ha una tonalità calda, quando lo sentiamo come “amore” e ha una tonalità più “fredda” quando lo sentiamo come Coscienza, senso di Essere, Sé; tuttavia, si tratta della stessa cosa e non ha niente a che fare con l’Altro come persona, con l’idea cioè che l’altro e, ancor’più proprio quell’altro lì, specifico, unico al mondo, sia speciale al punto che fa scaturire in noi l’amore.
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Il tema delle relazioni – chi sono io, chi sei tu? – è un tema complesso, che approfondiremo ancora. Qui, però, ci stiamo ponendo una domanda riguardo alla connessione tra una relazione che finisce e il senso di fallimento: perché, così tante volte, quando una relazione naufraga o non sboccia, malgrado i sinceri tentativi e le reali aperture, proviamo un senso di profondo fallimento?
Anzi, spesso lo viviamo proprio come il più grande tra tutti i fallimenti, in confronto al quale mancare un successo professionale o qualche altra specifica prestazione a cui teniamo molto sembra una cosa di poco conto, a cui certamente c’è un rimedio, o un secondo tentativo, o anche mille.
Nell’amore, no.
Ogni relazione che finisce sembra la fine del mondo.
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Quando si tratta di relazioni, ogni fallimento d’amore ci segna in un modo che ci sembra indelibile, come se ogni volta che accade rosicchiasse una parte di noi che non ricrescerà, non si riparerà mai e, con il passare dei tentativi e delle esperienze, ne avremo sempre meno a disposizione.
Ecco allora che affrontiamo ogni nuovo incontro con la paura: “non funzionerà”, “anche se ti ci metti e ci credi davvero, poi va sempre a finire nello stesso modo…”, e cose così.
Ovviamente copriamo spesso molto bene questa paura con varie forme di speranza, ma anche se siamo sinceri in questo, non riusciamo a evitare che la paura ci sia, intanto che la speranza è proprio uno dei segni che rivela la presenza della paura (o non ne avremmo bisogno!).

Il fallimento relazionale dal punto di vista del Sé:
una prospettiva cosciente
Tuttavia, dal punto di vista del Sé questi movimenti psico-emotivi hanno un peso secondario e molto relativo. Non è per quella paura che la relazione fallisce, o per qualcuno degli altri pasticciati schemi psico-emotivi di cui ogni essere umano, anche incamminato su un percorso di Coscienza di Sé, abbonda.
Il punto è – ed è un sconvolgente quando lo si scopre – che l’ambito dell’amore è esattamente l’ambito privilegiato dell’unico, vero e più profondo fallimento che come esseri umani possiamo sperimentare. Solo un altro ambito gli tiene testa, quello dell’Io, ma del fallimento dell’Io ne parliamo un’altra volta.
Lo shock che fa tremare le fondamenta stesse della nostra attitudine relazionale è legato al fatto che ti rendi conto che non stai affatto amando: stai desiderando, volendo, rispettando, sentendo affetto, prendendoti cura, emozionando, ammirando… ma non amando.
Se ti senti un fallito, non hai fallito per questo o per quello – motivazione, determinazione, progettualità, dedizione, disponibilità alla relazione – hai fallito perché non hai amato. E se è vero che, da un lato, è tanto forte e tanto doloroso, è certamente vero che, dall’altro, ti porta dritto al punto, ti porta dritto al centro della questione in gioco…
…ti porta dritto a confrontarti con l’impossibilità di innamorarti, che sia dell’altro, della vita o di qualunque altra cosa:
• il lavoro, per esempio, a cui ti sei tanto dedicato e avrebbe dovuto garantirti la felicità, la soddisfazione, l’appagamento;
• te stesso, ovvero quell’Io che ci piace tanto, a cui siamo così tanto attaccati, con cui ci identifichiamo – io sono questo e sono quello, sono fatto così e sono fatto cos’à, voglio questo e mi piace quello…
• quegli “altri lati” di noi che si tengono un po’ in disparte e ci diciamo che andrebbero valorizzati, riconosciuti di più, portati al loro pieno potenziale…
• oppure l’ombra, quella famosa parte ombra che si troverebbe da qualche parte dentro di noi, ad aspettare di venire fuori tutte le volte che ci distraiamo un attimo e abbassiamo la guardia allentando il senso di identità.
E via così.
Ma, a questo punto, lascia che ti ponga una domanda, una domanda-trigger: perché dovresti innamorarti dell’ombra – qualunque cosa pensi essa sia?
Detto sinceramente, se è questo che pensi dovresti fare per compiere i tuoi passi alla scoperta del tuo Vero Sé, o ciò che ti garantirà, prossimamente, una migliore efficacia relazionale – una volta cioè che avrai “guarito” questo o quel trauma, questa o quella ferita – ti stai ingannando.
Del resto, ti stai ingannando anche se pensi che dovresti innamorarti della parte di te con cui più facilmente ti identifichi, la parte di te “luminosa” – chiamiamola così – quella che consideri “buona”, bella e desiderabile.
Nell’uno e nell’altro caso, è un’insensatezza.
Ma perché, ti domanderai.
Proseguiamo.

L’amore come sinonimo di totalità
L’amore è una dimensione totale, o non è amore:
può essere preferenza, simpatia, affinità, ma non puoi amare qualcosa e non amare qualcos’altro; amare una parte e non un’altra parte; amare una metà mondo e l’altra metà no.
Tutti quelli che ti vendono l’idea dell’amore come l’altra metà di qualcosa – l’odio o la paura per esempio – tutti quelli che sostengono che anche l’amore, come tutto nella vita, è soggetto alla dualità e si contrappone a qualcos’altro, è che non hanno capito, non hanno capito cos’è l’amore.
Ed è qui, da questo equivoco dell’amore come qualcosa di parziale che sorge tutta la sofferenza che così tanti, così spesso, sperimentano. Una sofferenza che non nasce dall’amore, ma dall’equivoco riguardo a ciò che esso è.
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Per questo, quando dici di “amare” – qualcuno, qualcosa, parti di te – comunque non è mai abbastanza, comunque soffri, comunque, sotto sotto, sei scontento, inappagato… tutte cose che ti “procuri” di vedere bene quando la relazione finisce, quando – dici – l’amore finisce, o concludi che non era totale, “non era amore vero“.
Ma non è che l’amore finisce, o ce n’è poco, il punto è che non c’è mai stato. Non lo hai mai davvero riconosciuto per ciò che è.
Qualunque cosa ti legava a quella cosa o persona che dicevi di amare, non era amore, perché l’amore non è un legame, non è un qualcosa che unisce due cose; l’amore è il tessuto unico sul quale quelle due cose eventualmente appaiono, lo sfondo della scena su cui si dispiega il teatro, e in tal senso è sempre lì, che le due cose ci siano oppure no.
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Allora, la sofferenza che provi è l’effetto che senti per aver fallito nell’innamorarti, e la provi perché ti stai rendendo conto di una cosa importantissima:
non puoi innamorarti, perché sei quell’amore che tanto vai cercando negli oggetti o nelle relazioni.
Non puoi innamorarti dell’altro, di te o della vita, o uno di quei mille tratti di te che si manifestano, luce o ombra che siano, perché non puoi disgiungerti in un due, in un soggetto che ama e in un oggetto amato. Sei quel “Altro”, sei quei mille tratti, e sei quell’amore.

L’amore non è una dualità
L’amore non è una dualità.
L’amore non è una relazione tra due cose.
Tu sei quell’amore, ma fin che pensi all’amore come a un “qualcosa” – un oggetto, uno stato, un sentimento – continuerai a fallire.
Con quel fallimento non stai dicendo che non sai amare o non puoi amare o che l’amore è difficile, o impossibile. Quel fallimento è come una freccia che ti sta indicando verso dove guardare, proprio mentre cerchi l’amore laddove non c’è.
Se ti rendi conto di questo, allora quel fallimento ti sta ponendo una domanda molto importante: vuoi l’amore o vuoi qualcosa/qualcuno?
Ricorda, è una domanda vera, una domanda sincera, onesta; la poni tu a te stesso, e non hai bisogno di nascondere niente a te stesso, né di giustificarti riguardo a ciò che alla fine capirai di volere davvero.
Non c’è una risposta giusta e una sbagliata, non c’è una risposta evoluta e una involuta, una spirituale e una materiale o egoica. Qualunque sia la risposta, non ci sono conseguenze, solo verità, solo onestà interne, e la tua vita si accorderà a ciò che vuoi davvero, a ciò che hai ammesso-riconosciuto di volere:
ah, che sollievo!
Non ti pare?
Niente più gioco della corda, niente più tirare da due lati…
Che pace, non credi?
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Ma torniamo all’amore, perché c’è un’ultima cosa che voglio dirti: se è l’amore che vuoi, benissimo! Allora sappi che fallirai, uno e un milione di volte, perché dal profondo di te stesso hai chiesto di vedere;
hai chiesto di vedere, comprendere, realizzare cos’è l’amore, ed è lì che ti porterai con una e mille esperienze fallimentari.
Però, coraggio, perché il bello è che sarà l’ultimo fallimento che vivrai.
Perché, dopo aver lasciato andare i qualcosa e i qualcuno, lascerai andare anche l’idea dell’amore, e allora, forse, c’è una possibilità, la possibilità reale che tu veda che non puoi amare, perché sei amore.
Allora ogni conflitto relazionale non avrà più alcun valore, né senso. Potrai occupartene, se vorrai e se lo sentirai necessario, a livello psicologico e emotivo, ma avrà perso questa carica così forte legata al bisogno di trovare, sperimentare, comprendere, vivere l’amore.
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Perché, dimmi, come può l’amore non amare?
La parola “amare”, sai, è una parola fuorviante perché l’amore non è un verbo; un verbo ha bisogno come minimo di un soggetto, e per molto tempo, anche di un oggetto.
L’amore, invece, è un modo d’essere è il modo d’essere dell’Essere. Un modo caldo, vibrante, luminoso, se proprio vuoi descriverlo con degli aggettivi, anche se sono solo caratteristiche espressive di quell’Essere che in altri momenti definisci come quiete, silenzio, pace.

I tre malintesi alla base della sofferenza nelle relazioni di coppia
Quindi, a tutti coloro che mi hanno scritto in queste settimane, vorrei dire che la sofferenza legata alle relazioni di coppia si basa principalmente sulla miscela esplosiva di 3 fondamentali malintesi:
1. l’idea dell’altro come qualcosa di separato
2. l’idea dell’amore come oggetto
3. l’idea dell’amore come di un legame tra due cose, una “relazione”
Quando l’amore, quale oggetto, quindi come qualcosa di separato da ciò che sono e che devo ritrovare, conquistare, raggiungere, ottenere viene proiettato sull’altro, a sua volta, separato ed esterno, ci condanniamo all’eterna mancanza, all’eterna insoddisfazione, all’eterna frustrazione, all’eterna ferita dell’abbandono e del tradimento, ancor più sostenuta proprio da tutte le volte che l’illusione dell’innamoramento dell’altro lascia credere che l’amore è stato trovato, che amo e sono amato.
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Non si tratta, quindi, tanto di comprendere i meccanismi psico-emotivi delle relazioni, che possono essere osservati e resi consapevoli quali sfumature di infinite varianti del medesimo racconto, bensì di accedere a un luogo diverso di noi, a uno sguardo diverso che sveli il malinteso per ciò che è, risvegliandoci alla nostra vera natura – di noi stessi, dell’altro, o di qualunque altra cosa, poiché sono tutte forme sul tessuto indiviso del Sé, che a volte chiamiamo Coscienza e, a volte, possiamo chiamare Amore.
Se puoi riconoscere questo, allora puoi comprendere, proprio come diceva Osho, perché l’amore non va e non viene, bensì è. Se puoi riconoscere questo, allora vedi che non c’è nient’altro che amore;
tutto il resto sono sentimenti, emozioni, infiniti stati fluttuanti e mutevoli, che vanno e vengono: meravigliosi, fastidiosi, facili, difficili… non c’è che viverli – quando vanno, quando vengono, ciò che portano e ciò che lasciano quando non ci sono.
L’amore non è la storia che inizia, si svolge, termina, ricomincia,
l’amore è il telo su cui si proietta la pellicola dell’incontro.
L’amore non è qualcosa che si ottiene, si raggiunge, o arriva, o capita nella vita.
L’amore è ciò che rimane, esposto, ovvio ed evidente, quando cade l’idea della separazione.
L’amore è il campo,
l’amore è l’incontro stesso,
non sei tu, non sono io,
non è quello che sento o quello provo,
l’amore è ciò che è
l’unica cosa che è,
quando io-tu non siamo.
Quindi fallisci, per favore, continua a fallire nelle tue relazioni, nella tua ricerca di amare ed essere amato.
Ti stai facendo un favore.
Ti stai portando il messaggio più prezioso.
Ti stai dicendo la verità di ciò che sei e di ciò che tutto è: amore. 💚
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