Cos’è l’amore?
Perché ci manca,
perché lo cerchiamo tanto,
come si fa ad amare,
com’è l’amore vero,
come si riconosce,
cos’è l’amore incondizionato,
c’è una differenza tra amore umano e amore spirituale o divino, o universale…
Uff!, le domande intorno all’amore sono talmente tante, che potremmo arrivare in fondo all’articolo e non aver ancora incominciato a rispondere.
E non fa differenza se ci interessa di più l’amore universale o quello “comune”, l’amore incondizionato, spirituale, elevato, “vero”, o quello spicciolo e quotidiano, perché al netto di quelle che sembrano importanti differenze, via via che sbucciamo la cipolla, ciò che troviamo al nocciolo è sempre la stessa cosa, ed è proprio ciò che stavamo cercando,
sia che siamo entrati dalla porta di una relazione di coppia,
o da quella devozionale verso qualcosa di “grande”, superiore, divino,
o da quella della ricerca di noi stessi, della scoperta di ciò che siamo veramente e di cosa significa amare noi stessi.
Il punto è che c’è una radice comune a tutte queste “porte” e a tutte queste “ricerche d’amore“, anzi due radici comuni:
1. tutte girano intorno a un grande malinteso
2. ciò che stiamo cercando non è quello che crediamo.

Il grande malinteso: una questione di logica
Per inquadrare questo tema tanto delicato, innanzitutto possiamo lucidamente domandarci: cosa ci manca davvero, quando cerchiamo l’amore?
Ci manca l’esperienza o ci manca la comprensione dell’esperienza?
Ci manca l’esperienza o le parole per dirla dopo averla “registrata”, esserne diventati consapevoli e aver capito che è quella roba lì?
Qualcosa che, magari abbiamo sperimentato un sacco di volte, senza però aver connesso quella tale esperienza con la parola amore.
Del resto è anche possibile che non avessimo gli strumenti, né un insegnamento che ci dicesse che la parola “amore” era quella che serviva per designare quell’esperienza lì, fatta così.
Insomma, in pratica, è una questione di ponti, di legami, di mettere insieme le cose, di connettere esperienza e consapevolezza, per riflettere in due modi diversi (metaforicamente, un modo maschile e uno femminile) una delle molte forme con cui la Coscienza stessa si manifesta: l’amore appunto.
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D’accordo, però, forse detto così, è un po’ troppo “dritto al punto” e, a meno che tu sia molto addentro ai temi del Vivere dalla Coscienza, la comprensione a cui miri rischia di sfuggirti, quindi andiamo per gradi.
La maggior parte delle domande che girano intorno a “Cos’è l’amore”, evidenziano piuttosto bene la presenza di questo malinteso tra esperienza, da un lato, e consapevolezza dell’esperienza, dall’altro; un malinteso che si diffonde a macchia d’olio, di generazione in generazione, poiché è piuttosto raro che chi ci educa (famiglia, scuola, società) abbia per primo compreso la questione.
Così finisce che viviamo la vita convinti che ci manchi un’esperienza, che chiamiamo “amore” e che, in realtà, facciamo continuamente, ma che nessuno ci ha aiutato a capire che era proprio “quella cosa lì”
e non per esempio:
– un fantomatico sentimento
– un’emozione travolgente
– uno sconquasso biochimico
– uno dislinquimento tonto
– una follia che ci ribalta la vita
– la fine della solitudine
– una dopata eterna felicità…
tutte cose che sono parte di quella folle giostra che è la vita stessa nella sua globalità, non tanto qualcosa che riguardi l’amore.

Amore e Cibo:
una succulenta analogia che ci viene in soccorso
Per capire meglio a quale “luna” il dito sta puntando, proviamo a riferirci a qualcosa di molto basilare e che, a differenza dell’amore, ci mette molto meno in difficoltà, malgrado la sua elevata complessità e le infinite implicazioni in fattori collaterali che comporta (proprio come nell’amore).
Mi sto riferendo all’esperienza del cibo. Credo sia facile riconoscere che si tratti di un’esperienza universalmente nota, chiara, evidente e specifica per tutta l’umanità, non importa a quale epoca, cultura, genere e perfino età apparteniamo.
Infatti,
• al netto delle parole che abbiamo per descriverla – quante parole hanno gli eschimesi per descrivere la neve e quante ne hai tu? Quante parole ha uno chef stellato per descrivere la crema e quante ne hai tu?…
• o se la comprendiamo cognitivamente oppure no – conosciamo bene o poco ogni singolo fenomeno riguardo ai vari “luoghi” della lingua e a come influiscono sui sapori, alla masticazione e alla digestione, o riguardo ai principi nutritivi e al perché in certi casi ti senti sazio e in altri no…
• se la viviamo in associazione a una serie di effetti collaterali – ne godiamo, ma ci sentiamo in colpa, ne godiamo, ma potremmo ingrassare, ogni volta che mangiamo ci sentiamo sonnolenti o pieni di energia, mangiare è necessario ma ci annoia e ci pesa, e vorremmo poterne fare a meno…
• se la facciamo spesso e con facilità o raramente – mangiamo tutte le volte che vogliamo, quanto vogliamo o, viceversa, viviamo uno scenario di carestia e mancanza di risorse…
in ogni caso, sarai d’accordo con me se diciamo che non mettiamo in dubbio che l’esperienza del cibo sia “quella roba lì”, sebbene sia spesso piuttosto complessa, difficile da spiegare e definire in modo preciso (se pensi di no, immagina di farlo capire a un Jerry, uno degli evanescenti e incorporei iper-quantici assistenti dell’Antemondo di Soul, e poi dimmi com’è andata).
Si tratta certamente di un’esperienza molto diversa per ciascuno di noi e nello stesso tempo, sopratutto se la sfrondi dei dettagli “collaterali” (piacere, gusto, quantità, emozioni e sentimenti correlati, vissuti psicologici connessi…) è la stessa per tutti.
Ma c’è di più. Forse concorderai con me, quando dico che non abbiamo bisogno di “imparare” a fare l’esperienza del cibo:
• possiamo certamente esplorare modalità differenti di consumarlo, ma l’esperienza del consumo è l’esperienza del consumo, non del cibo in sé – mangiare sulla riva di una spiaggia tropicale o al tavolo in cucina, usare le posate d’argento, di plastica o le mani…
• o possiamo farne un’esperienza più raffinata – imparare a riconoscere una gamma di sapori che altrimenti non avremmo distinto, come il retrogusto amaro di certi formaggi…
insomma, non importa a quanti “effetti collaterali” penserai, a un certo punto ti ritroverai a renderti conto che l’esperienza in sé è sempre la stessa e non si trova in tali “collateralità”.
Bene. A questo punto, è arrivato il momento di tornare alla nostra domanda di partenza: “Cos’è l’amore?”

La Prova del 9:
osservare dall’esperienza diretta
E se ciò che abbiamo detto riguardo al cibo fosse vero anche per l’amore?
Qui è importante che ciascuno parta dalla propria esperienza concreta, perché come dico sempre, non si tratta di speculazioni; non ci interessa finire questo articolo e avere una teoria su cui discutere, bensì ci preme fare un passo, anche solo un microscopico passo verso una comprensione profonda e un’esperienza cosciente dell’Amore.
L’invito è innanzitutto a disporsi a un’osservazione lucida, con mente aperta e onestà di cuore e poi chiedersi:
c’è qualcuno che davvero se la sente di affermare che non ha mai, e poi mai, ricevuto, assistito o partecipato a un gesto d’amore, anche piccolo, anche occasionale, anche “per sbaglio” perché, chissà, passava da lì, intercettando qualcosa che era rivolto a qualcun altro, o di riflesso, osservando una scena di altri…?
Ebbene, chi dice di no, sta mentendo. Anche nelle storie più cupe e nelle vite più difficili è impossibile che non accada di sperimentare l’amore, poiché l’amore è intrinsencamente parte della nostra natura e perché basta cambiargli nome e le nebbie della confusione si diradano (ci arriviamo tra poco).
Perché posso dirlo con tanta sicurezza? Perché non dubito che chiunque abbia sciolto il malinteso da cui siamo partiti, farebbe uguale, e tutto si trasforma in un’ovvietà. Anzi, ti dirò di più: quando questo accade, fa strano sentire le persone interrogarsi su questo. È un po’ come sentire qualcuno interrogarsi su cosa significa farsi un bagno in mare, mentre sta con i piedi a mollo!
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Quindi, proseguiamo il nostro sentiero di comprensione, passo dopo passo.
Al netto dei dettagli, magari in mezzo a terribili tempeste e scenari oscuri, dobbiamo ammettere che:
– siamo stati amati, chi più chi meno;
– abbiamo ricevuto amore, chi più chi meno, in una forma o in un altra;
– abbiamo visto intorno a noi l’amore, chi più chi meno, in una forma o in un’altra;
– abbiamo assistito alla sua opera, chi più chi meno, centinaia di volte, che fosse in piccoli gesti, o in grandi manifestazioni, alla luce del sole o di traverso, anche se insistiamo con il dire che non sappiamo cosa sia e che l’amore ci manca.
Certamente, il condizionamento che ereditiamo, scenario principale se non unico (per il 99% delle persone) all’interno del quale ci muoviamo, molto raramente porta un’informazione o un’esperienza primaria di amore puro, amore e basta, un amore senza condizioni, senza “se” e senza “ma”, che molti vanno poi cercando in realtà spirituali e trascendenti definendolo, appunto, incondizionato.
• È molto più comune che veniamo amati e intanto castigati o repressi e perfino rifiutati – e il cervello va in tilt perché non riesce a conciliare due vissuti così contrastanti: riconosce l’amore presente (tra poco, capiamo perché), intanto che fa esperienza di qualcosa di completamente diverso (gli schemi psicologici connessi al castigo o al rifiuto).
• È molto più comune che abbiamo ricevuto amore, ma in modo ambivalente, tossico, invadente, manipolatorio (idem come sopra: l’amore c’era eccome, tuttavia c’erano anche un sacco di altre cose).
• È molto più comune aver assistito al manifestarsi dell’amore, intanto che intorno impazzava il caos o il conflitto.
Insomma, hai capito.
Il punto, allora, è molto più uno “sfrondare” dall’esperienza d’amore tutto ciò che non è amore, che un domandarsi cosa sia. Come dico sempre, quando si tratta dell’Essere profondo e della nostra vera natura “la via diretta non è la più breve“.
Questo ci porta a una prospettiva che ogni Ricercatore del Sé conosce molto bene e avrà applicato almeno un milione di volte, intanto che dall’idea di Io, migrava verso la Realizzazione del Sé.
Insomma, come sappiamo bene, anche nel caso dell’amore, ci tocca piangere un po’, ma non è affatto per la supposta sofferenza che esso, o la sua mancanza, provocano, bensì perché dobbiamo procedere con quell’antica e potente tecnica che si chiama: “pelare la cipolla“.

La pratica: metti la cera, togli la cera… e pela la cipolla
Partendo da una qualunque esperienza d’amore della tua vita (o di qualcun altro se continui a essere convinto di non averne vissuto nemmeno una briciola), puoi provare a togliere tutti gli strati di cosa non è amore e provare con disposizione sincera a vedere cosa rimane?
Ma prima, ti voglio dare un ultimo aiutino che nelle Terre della Coscienza di LilaVAR è considerato un vero e proprio “aiutante magico” in grado di spazzare via barriere che farebbero impallidire anche quella del Trono di Spade. Te lo presento, si chiama “editing“, alias:
Nominare le cose con il loro nome fa tutta la differenza del mondo.
Quindi, domanda:
Cosa succederebbe se sostituissimo la parola “amore” con senso di unità, unione, stessa cosa, fusione, senso di connessione, contatto profondo?
Prova a ricordare anche solo un infinitesimale istante in cui hai sentito qualcosa del genere, non importa dove o con chi;
• potevi essere tu stesso, in un momento di grande vicinanza e riconoscimento di te stesso nella tua essenza;
• poteva essere durante un classico innamoramento, fa niente se è durato il tempo di un lento a una festa;
• poteva essere uno di quei frangenti stratosfericamente preziosi che sperimentiamo nell’amicizia più autentica, quando sentiamo l’amico così solidale, così vicino, così “lì”, così connesso;
• poteva essere un giorno, disteso sull’erba a goderti il calore del sole, o immersi in un tramonto dalla cima della montagna o in riva al mare, ed era come tenere il cielo tra le dita…
Ecco (ora viene la parte difficile, ricorda che stai pelando la cipolla!).
Mantieni centrale quel senso di connessione – unione – contatto profondo (scegli il termine che ti risuona di più) senza confonderlo con un’emozione, l’entusiasmo, una passione, l’eccitazione, un sentimento, il senso di soddisfazione, il senso di sicurezza, o qualunque altra cosa che di solito si sente e si dice quando si pensa all’amore, soprattutto relazionale, ricordando che tutte queste cose sono quello che il loro nome dice – emozioni, entusiasmo, passione, eccitazione, sentimento, soddisfazione, sicurezza e senso di rifugio o protezione…
Pela la cipolla, togli tutto ciò che riconosci come essere qualcos’altro:
• un’eccitazione la provi anche quando stai per partire per il viaggio che hai sempre sognato, puoi riconoscerla in qualche altra delle tue esperienze?
• la sicurezza e il rifugio li provi anche quando arrivi a casa la sera, dopo una giornata tra calca, spintoni e slalom in metropolitana e ti raggomitoli sul divano…
• la passione la provi anche quando abbracci la tavola da surf, o prepari le corde per la prossima arrampicata, siedi al pianoforte o ti metti lo djembé tra le gambe…
Comprendi?
Hai il coraggio di arrivare fino in fondo?
Se sei un Viaggiatore delle Terre della Coscienza di Sé lo sai che procedendo così, poi… “arriva la fregatura”, ma arriva anche la più grande bellezza, l’incontro con la verità, la verità dell’Amore in questo caso, in cui ciò che resta da riconoscere è quel senso di unità, di essere tu stesso quella tela d’amore su cui tutto si dipinge e si manifesta (sì, anche l’eccitazione, l’entusiasmo, l’amicizia e l’innamoramento)…
sai, l’Amore che siamo è più azzurro che rosso, è più “freddo” che “bollente”, ma di questo ne parliamo un’altra volta.
Se ti dai il permesso di arrivare fino in fondo al cuore della cipolla, allora, forse scopri che è tutto lì (beata semplicità!)
È tutto lì quell’amore che cerchiamo, è quel senso di unità, di unione, di contatto, ed è sempre presente, come il grande silenzio dietro i rumori, i gesti, le azioni, gli sguardi, in mezzo alle pause, all’inizio e alla fine di un qualunque movimento, o durante.
È lì, a fare da sfondo, silenzioso come un oceano di cui nessuno può raccontare le profondità; è lì, dietro la più intensa passione, che fa salire la temperatura, mentre un brivido percorre il corpo da capo a piedi, mentre ti sembra che ogni cellula stia facendo festa, a cui poi ritorni quando l’onda di intensità cala.
È lì, come la più totale rilassatezza, quando ti infili sotto le coperte nelle sere di inverno e sprofondi al punto da fonderti con il letto, diventando il letto, da cui ti alzerai la mattina con addosso, chissà, ancora per un po’ l’impressione chiara di quel calore-abbraccio-morbidezza con cui ti eri addormentato.
Ecco, continua a sfogliare la cipolla, continua a cercare quel “essere lì totalmente”, unito, uno, che non muta mai, che non sai come definire, ma che è così ovvio, sempre uguale, sempre lì ad aspettarti dopo una e mille scorrerie nelle emozioni più intense, nella vita più frenetica, nei discorsi concitati, nella mente vorticosa come una trottola… ecco, lì, quell’essere lì, quella presenza, quello è essere te, quello è quello che sei, quello è il Sé, quello è Amore…
Perché, come dico sempre, è semplice, molto semplice, certamente più semplice di quanto non immaginiamo, se smettiamo di mettere in mezzo la concettualizzazione, le definizioni, le prove, le domande, il voler capire, il voler agguantare ciò che ti sfugge…
allora ti rendi conto che sei la rilassatezza, la languidità, la dolcezza, la tenerezza, l’abbraccio, la passione, la temperatura, i brividi, la festa, l’eccitazione, l’entusiasmo;
sei il silenzio, i rumori, i gesti, le azioni, gli sguardi;
sei l’amore, quell’amore che tanto cerchi;
nulla è mai mancato,
nulla deve essere ritrovato, recuperato, riscoperto, riconnesso;
ci sei da sempre, lì, presente, totale, infuso in tutte le cose e da loro permeato;
non c’è nessuno stato da recuperare, nessuna esperienza culmine da raggiungere, nessuna pienezza da ritrovare, o purezza, totalità, essenza, innocenza, verità o amore perduto…
È un tutt’uno, un’unica grande danza di energia, un unico grande campo di movimento, di forme cangianti, e di ciò che è essere te, come quel essere lì, a fare da sfondo, da palcoscenico e da spettatore che si gode lo spettacolo, ed è amore.
Ecco. Se puoi aprirti a questa possibilità di riconoscimento diretto, allora sei pronto per riconoscere anche che questo è l’invito della vita:
riconoscere ciò che siamo è l’atto d’amore più puro che tu possa offrirti, e, come dico sempre, è semplice, molto semplice.
Intanto, ti abbraccio dall’Unico Cuore 💚
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