L’Evoluzione spirituale esiste?
Se ti trovi in quella particolare circostanza in cui comincia ad apparire il desiderio di scoprire a che punto sei del tuo cammino, e quanto sei “evoluto” spiritualmente parlando, è probabile che ti trovi in una di queste due situazioni.
1. Prima situazione: Non sei soddisfatto di te o della tua vita
Se non fosse così, non avresti bisogno di cercare “qualcos’altro”, fosse anche solo una versione 2.0 di te, diciamo un upgrade della versione basic. In pratica, è probabile che dentro di te ci sia l’idea che così come sei ora non vai bene.
Probabilmente, quindi, starai sperimentando un forte senso di inadeguatezza, di scomodità, di insoddisfazione, perfino di incompletezza rispetto a qualcosa che percepisci essere vero di te e dell’Essere che sei ma che, in qualche modo, ti sembra non si esprima affatto.
2. Seconda situazione: Si agitano dentro di te alcune domande esistenziali
Chi sei davvero, perché sei qui, la vita “è tutta qui”?
C’è un progetto cosmico, universale, qualcosa di più grande che guida e regola tutto, oppure no?
In pratica, ciò che ti sfugge è il senso stesso della vita, il suo significato e il suo scopo.
Non rispondere a queste domande può causare un sottile, ma profondo e persistente stato di incertezza, di insicurezza, di inquietudine, un senso di disconnessione dalla vita in generale e da te stesso in particolare, che si ripercuote in tutti gli aspetti della tua vita – psicologica, emotiva, pratica, decisionale…
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Nel Caso 1, quello in cui non sei soddisfatto di te o della tua vita, puoi sentirti:
✓ Sbagliato: rispetto a come dovresti essere secondo un’idea che hai fatto più o meno tua, che hai accettato, sposato, inglobato nel tuo sistema di credenze. Sentirsi sbagliati può portare a una svalutazione di sé, quindi di solito a uno “spegnimento” esistenziale a vari gradi, o a una iper-compensazione che può manifestarsi come esigenza, dovere, intransigenza, rigidità, giudizio… in pratica, ti trovi sull’asse apatia-sforzo.
✓ Manchevole: di… tutto e il contrario di tutto. Che si tratti di qualcosa di specifico o più generale, ti stai valutando da un’ottica “minus“ rispetto a un certo standard ideale. Oltre a concatenarsi con quanto scritto sopra, questo sguardo ti confina a vivere in un’ottica di carenza che, molto probabilmente, sperimenterai anche nella vita concreta (affetti, lavoro, denaro, amicizie, opportunità…)
Il senso di carenza è una delle radici più profonde della mente psicologica. Diventare consapevoli della sua presenza in noi è un passo prezioso per la comprensione dei meccanismi di questo apparato di cui siamo dotati e che a volte sembra proprio lavorare per farci sentire peggio, piuttosto che supportarci.
In pratica, essere troppo, o poco, o troppo poco ti porta inevitabilmente a indossare tutto il tempo gli occhiali del giudizio, della valutazione e di un continuo estenuante soppesare tutto… in pratica, ti trovi sull’asse critica-indifferenza.
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Nel Caso 2, quello in cui ti chiedi “Chi sei davvero, perché sei qui, qual è il senso della vita”, puoi sentirti:
✓ Perso: come fossi senza bussola, senza riuscire a trovare una via chiara lungo cui dirigerti per vivere la tua vita, in cosa impegnarti, cosa fare, a cosa dedicarti, cosa ti piace, cosa ti appassiona, cosa merita il tuo tempo, la tua dedicazione, il tuo amore, le tue capacità…
✓ Incerto: riguardo a quali sono i tuoi talenti, le tue caratteristiche, la tua specificità, il quid che offri al mondo, unico e irripetibile. Dunque: che ci fai qui?! Sei davvero importante per il mondo, o almeno per qualcuno, puoi fare la differenza, hai un impatto, qual è il tuo potenziale pieno ed autentico?
✓ Irrequieto: un’assenza di scopo, non intravedere un piano, un progetto, un disegno, non riuscire a dare un senso alle cose che accadono ci rende profondamente insicuri, spesso sentendoci vittime di torti e ingiustizie e subendo la vita e le circostanze, ancor più quando tutto questo si manifesta attraverso l’interazione con gli altri.
Sull’altra faccia della medaglia c’è la spinta a compensare a tutti i costi e con ogni mezzo, attuando e sostenendo scelte e comportamenti che, in sé, non sono ciò che veramente vogliamo e nemmeno ci soddisfano davvero, però “abbiamo fame”, e molto, di qualcosa che alleggerisca quel forte stress dovuto al “non senso” e al non sapere.
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Qualcosa di tutto questo ti risuona?
Come ti sarà certamente chiaro, questi due scenari sembrano appartenere molto di più alla sfera della psicologia che a quella spirituale, ed è proprio questo il punto.
Per quanto questo tipo di stati interni possano contribuire a farci cominciare un cammino di ricerca spirituale, non è lì che troveranno soddisfazione, o non come crediamo.
Cioè, non è che se mai raggiungerai un’ipotetica fine del tuo viaggio spirituale, allora ti sentirai soddisfatto, così come nessun cammino spirituale può sostituirsi al bisogno di sentirsi connessi, o al desiderio di cercare un senso alla tua vita.
In entrambi i casi, quella dimensione spirituale che a volte cerchiamo iscrivendoci a qualche ritiro, cominciando a praticare tecniche e metodi olistici o energetici, non è in essi che si trova, bensì in noi stessi e già da prima. In sostanza, non sono quei metodi o ritiri a darci niente, al limite solo scenari entro quali ci permettiamo più facilmente di lasciare andare alcune idee su di noi e sulla vita, molte delle quali acquisite “perché tutti fanno così”, per aprirci a trovarne altre.
Ma delle tecniche e dei metodi ne abbiamo già parlato più volte altrove, quindi torniamo al nostro tema dell’evoluzione e facciamo un altro passo.
Cosa centra l’Evoluzione con la Spiritualità?
Perché abbiamo bisogno di pensare in termini di evoluzione?
Perché la spiritualità propone da sempre modelli “a step” di quello che chiamiamo il cammino della Coscienza di Sé o della Realizzazione del Sé, per cui, come dicevamo all’inizio, a un certo punto ti sorge il desiderio di capire a che punto sei?
Questo degli step progressivi – ciascuno distinto da un modo specifico di vedere te stesso, il mondo, l’ambiente, gli altri, le emozioni, i pensieri, la malattia e infiniti altri fenomeni comuni della vita – è davvero l’unico modo per affrontare il tema della Realizzazione del Sé, della scoperta di ciò che siamo veramente – e che unica ti porterebbe, questa volta sì, a rispondere al disagio del Caso 1 e alle domande del Caso 2?
Riconosco che basarsi su un’idea di step progressivi, secondo i quali, via via, ti apriresti a dimensioni più piene di te – più sagge, amorevoli, totali, divine, espanse… – sia un modo comodo di esprimersi, tuttavia nasconde alcune insidie che rappresentano un succulento cibo per l’ego, che si nutre di obiettivi, raggiungimenti, gratificazioni, ricompense, criteri di merito o demerito, ideali di perfezione, e cose così.
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Evoluzione e Tempo: STATI e STADI
È chiaro che trovarci all’interno di un paradigma temporale (come è il nostro universo, organizzato in termini di spazio-tempo) sostiene bene l’idea di una successione di stati; è ovvio che dal punto di vista del corpo-mente il tempo esiste e la vita nelle forme è temporale – sebbene possa essere un’esperienza altamente soggettiva e a un certo grado decisamente illusoria; mettersi a discutere su questo, significa correre il rischio di finire in sterili disquisizioni filosofiche pseudo-scientifiche, e come dico sempre, non siamo qui per fare della teoria e ciò che ci interessa è un approccio concreto ai temi che ci riguardano come esseri umani.
Quindi, sì, è certamente vero che possiamo renderci conto del manifestarsi di stati diversi; è un’esperienza diretta comune a tutti noi – oggi stai così, domani cosà, cinque mesi fa stavi così, ecc. – ma che questi rappresentino una serie di stadi successivi è un altro paio di maniche.
una cosa è riconoscere questi stati come condizioni differenti – nel momento – un’altra è metterli in sequenza attribuendo loro una legge intrinseca di causa-effetto (se–allora: se sto così, allora significa che…) o leggendoli come un risultato di qualcosa (sto così, perché…).
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• Cosa succederebbe se guardassimo a questi stati come totalmente indipendenti gli uni dagli altri?
• Cosa succederebbe se sentirsi meglio o peggio non fosse legato a ciò che fai, o a una qualche origine, o causa?
• Cosa succederebbe se sentirti insoddisfatto oggi non fosse legato al fatto che il tuo lavoro non ti piace, e se ti alzi al mattino felice non fosse dovuto al fatto che finalmente hai trovato l’ambiente di vita che fa per te, il compagno giusto, la casa che ti piace o il lavoro perfetto…
• Cosa succederebbe se la tua soddisfazione di oggi non fosse il risultato del modo in cui hai risposto alla tua insoddisfazione di ieri, applicando una qualche soluzione (per es.: meditando) che fa sì che d’ora in poi tutto andrà bene e quello stato insoddisfatto non tornerà mai più?
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Provare a scardinare questi meccanismi logici o sillogistici del nostro modo tipico di pensare è una proposta radicale, me ne rendo conto, e necessita un approfondimento che non posso inserire in questo articolo, per ragioni di spazio e complessità, ma che condivido volentieri con tutti coloro che lavorano con me.
Ciò che conta, però, è che tu possa provare a mettere in discussione una serie di assunti che dai per scontati. Sperimentalo nella tua vita quotidiana. La prossima volta che ti verrà di usare una di queste logiche, mettile alla prova con questa ipotesi di “non-correlazione” e vedi dove ti porta…
Ti avverto, sarà sfidante perché la mente logica è una mente solida e nella nostra cultura è altamente considerata quindi sei abituato a non metterla in discussione; troverai mille voci che tenteranno di dirti che questa ipotesi è un’assurdità. Per questo dico sempre ai Viaggiatori di LilaVAR che partire alla Ricerca di ciò che sei veramente richiede un bel po’ di coraggio e un’alta dose di sfrontatezza.
Madre Natura e la Biologia hanno qualcosa da insegnarci?
Ma torniamo al nostro tema evolutivo e scomodiamo per un momento la biologia:
Il concetto di evoluzione in biologia esiste eccome, ma è solo l’uso distorto che ne è stato fatto all’interno di certi paradigmi di tutt’altro tipo (religiosi, filosofici o morali) che ha alimentato il malinteso che “evoluzione” significhi “meglio”, di più, più elevato, superiore…
Basiamoci però sull’osservazione e l’indagine diretta: quando vediamo un fiore che, lungo i giorni, sboccia, o un frutto che matura, o un cucciolo che cresce, parliamo di stadi successivi, eppure non ci viene in mente di farne una questione “evoluta”: c’è un cambiamento, una differenza, delle mutazioni, ma niente di tutto questo sta parlando in termini meglio-peggio, di-più-di-meno, di un cammino verso una perfezione o un ideale… giusto?
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Possiamo certamente dire che le forme biologiche evolvono, ma ciò che stiamo dicendo è che semplicemente cambiano, si trasformano e non esiste il concetto di una forma “più evoluta” come migliore di una “meno evoluta”, che, al limite, può essere definita più complessa: un microrganismo ha una complessità funzionale inferiore a quella di un essere umano…
Ma attenzione, perché anche qui, può nascondersi un’insidia valutativa: la semplicità/complessità non è indice di minore/maggiore importanza nella vita del tutto, o di maggiore/minore efficacia riguardo al suo “compito” nell’ecosistema, o di maggiore vicinanza a essere espressioni di quel divino/creatore che per secoli è stato posto come fonte di tutte le cose (e noi una sua brutta copia)… o cose così.
E ti dirò di più, tra i biologi sentirai spesso dire che specie come i microrganismi o i funghi sono più interessanti e determinanti per la vita come la conosciamo sulla Terra, che non gli esseri umani: sono specie più longeve, di ben maggiore “successo” e, probabilmente, se domani dovesse verificarsi un qualche cataclisma avrebbero milioni di possibilità in più di sopravvivere e adattarsi alle nuove condizioni, rispetto agli esseri umani.
Comprendi?
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Comprendi quanto siamo lontani mille miglia dall’idea che tu sia su un qualche percorso che farà sì che domani sarai migliore di oggi, o che esponendoti a una serie di circostanze – di solito interpretate come prove, ostacoli e sofferenze utili e necessarie – sarai migliore, più evoluto, più “qualcosa”?
Comprendi come, osservando la vita biologica nel suo svolgersi, questa idea di compiere una serie di passi progressivi verso uno stato più pieno sia totalmente infondata?
Gli unici stadi progressivi espressi nel mondo biologico sono quelli della crescita: da seme a albero, da larva a farfalla, da cucciolo a esemplare adulto e questo riguarda anche noi umani, visto che siamo totalmente parte di questo mega-trend che chiamiamo “Vita sulla Terra”
Una farfalla, però, non pensa di essere meglio, più spirituale, più evoluta di una larva (la sua “vita precedente” in cui semplicemente faceva esperienza del mondo in un modo diverso), così come tu stesso non pensi che un uomo adulto sia più evoluto o migliore di un bambino.
Ecco, se questo discorso ti è chiaro, eccoci al punto e permettimi una domanda secca:
A quale bisogno stai davvero rispondendo quando aspiri a un’evoluzione di te?
Cosa cerchi?
• una dimensione alternativa, un altro mondo
• un modello di te senza difetti,
• l’aderenza a un mito divino,
• un ideale di perfezione,
• una purificazione da ciò che consideri sbagliato (impuro, tossico, inquinante…),
• una risoluzione a una qualche disfunzionalità di cui non dovresti essere affetto…
Comprendi?
Perché pensi di essere difettoso, sbagliato, peccatore, intossicato, malato…?
Perché ti devi redimere, purificare, sanare, evolvere, ascendere, magari per diventare come dio, i maestri illuminati, i maestri invisibili, quelli ascesi e quelli che vivono alla 825° dimensione…?
Ecco, soffermati su tutto questo, e cerca la tua risposta. Ricorda che qui, nelle Terre Selvagge di LilaVAR, non ci interessa una risposta giusta o sbagliata, migliore o peggiore, bensì conta la tua, perché è sulla base di essa (insieme a un certo numero di altre) che vivi la tua vita e compi le tue scelte. Quindi è della tua vita che stiamo parlando, non di un modello a cui aderire.
Comprendi?
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Che ci piaccia o no questa idea di un’evoluzione di sé – soprattutto di un’evoluzione spirituale – è basato sull’idea del “come dovrebbe essere”, sostenuta da solidi pilastri di valutazioni, giudizi, preconcetti, ideali, scuse, giustificazioni, discriminazioni, condanne, castighi, colpe, compensazioni…
All’interno di questo paradigma, evoluto significa migliore, spesso in termini morali – più buono, più amorevole, più generoso, più tollerante… – o di “potere”, ovvero, di dominio – più sapiente, più forte, più capace… e questo implica l’idea di poter prevaricare o avere la meglio su qualcos’altro.
Inutile dire che, in tal caso, per poter “evolvere” dobbiamo avere uno scopo, un fine, che tuttavia è minacciato o contrastato da qualcosa che non dovrebbe affatto esserci – un’idea questa che domina l’umanità da secoli (e no, non la natura biologica, in cui il gioco della preda-predatore è un gioco di equilibri, non di minacce o contrasti… non farti ingannare dalla narrazione che ne viene fatta, essa è un prodotto e un’interpretazione della mente umana, non una realtà biologica).
Per poter “evolvere” dobbiamo avere un’idea chiara e certa di cosa è meglio, ovvero un criterio di valutazione di determinate qualità, misurato in “più” e “meno” (bello, buono, intelligente, funzionale) rispetto a uno standard desiderabile.
Comprendi?
Se la tua risposta è sì, ecco lo spunto con cui ti lascio:
Spiritualmente parlando, l’evoluzione non esiste
Si possono verificare vari stati di consapevolezza, di coscienza o di “pura presenza”, tuttavia, nessuno di essi sta dicendo nulla riguardo a un ipotetico stadio a cui saresti arrivato; nemmeno la frequenza o l’intensità con cui questi stati si presentano dicono nulla rispetto a un possibile raggiungimento in cui sarai “più” o “totalmente” lì, in quello stato, per sempre – felice, soddisfatto, cosciente, illuminato, in estasi… – come fosse il frutto di un’acquisizione progressiva che si stabilizza, e allora potrai dire “eureka, sono salito al livello superiore di gioco, e non torno più indietro”.
Beh, lascia che ti deluda e ti dica che la vita non funziona così, essa è molto più simile a una serie di onde, con picchi e abissi, corse all’impazzata e calma piatta, che non a una bella linea regolare e ascensionale; è molto più simile all’ottovolante che non alla giostra con i cavallucci che girano in tondo…
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La Coscienza che siamo può sostenere il verificarsi di certi fenomeni comprensivi, o diversi modi di realizzare cos’è questo “io” che pensiamo di essere e come questo modifica l’interrelazione con la realtà, tuttavia non si tratta di un percorso di progressione che ti porta più o meno vicino a uno stadio finale e definitivo di una qualche natura (e per cui da quel momento vivrai in estasi o in paradiso, o nella 825° dimensione dei maestri super-illuminati)
La comprensione di ciò che siamo, la Realizzazione del Sé, è un fenomeno “tutto o niente”: o lo vedi, o non lo vedi. Non puoi “star vedendolo”, vederlo quasi, o così così, o solo un po’, poiché alla fine non è nemmeno davvero qualcosa che vedi… ma di questo ne parliamo un’altra volta.
Si possono certamente descrivere fenomeni diversi e diversi modi di interpretare ciò che è reale e ciò che non lo è, ciò che appartiene alla mente psicologica o alla mente identificata e ciò che appartiene ad altri luoghi del Sé, tuttavia niente di tutto questo può essere usato come un metro di misura per nulla.
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Vedere ciò che sei non è qualcosa che puoi controllare e non è qualcosa su cui puoi influire, né accelerandolo, né rallentandolo, come suggeriscono i metodi e le tecniche pensate apposta perché tu faccia non so quale “salto di coscienza”, o salga a chissà quale altro gradino di consapevolezza rispetto a dove sei ora.
Quando è il momento per cui determinati fenomeni accadano affinché si realizzi un diverso modo di comprendere ciò che siamo veramente, essi accadono. Che si ripetano o no è indifferente e il loro presentarsi più o meno assiduamente non definisce alcun grado di raggiungimento o stadio evoluto.
Chiaramente, non c’è niente di sbagliato nei processi che si attivano in noi – nella mente, nell’io o in qualche altra dimensione di ciò che siamo – e che risvegliano un desiderio di auto-superarsi, di cambiare qualcosa di noi, di scoprire “altre frontiere” rispetto a quelle che abbiamo conosciuto fino a quel momento, solo non usare questa spinta a vivere (non a evolvere) per giustificare concetti e credenze che nulla hanno a che fare con la Realizzazione del Sé e la scoperta di ciò che siamo veramente.
Una comprensione attraverso cui, prima o poi, tutti i Viaggiatori delle Terre Selvagge della Coscienza di Sé passano, lasciando cadere tonnellate di punti di riferimento che hanno sempre creduto inviolabili e che si rivelano non più solidi di una manciata di coriandoli portata dal vento…
Intanto, ti abbraccio dall’Unico Cuore
e ti aspetto a LilaVAR 💚🐾
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