Le resistenze esistono?
Venti contrari, tempeste e opposizioni sono davvero espressione di qualcuno o qualcosa che “rema contro” il nostro processo, il nostro desiderio, la nostra volontà di cambiamento, il nostro agire per il cambiamento, il provarci, l’impegno che ci mettiamo, e cose così?
Chi sarebbe questo “qualcuno, qualcosa” in eterna opposizione? Oh, lo so, lo so, che c’è già pronto un bel coretto che vorrebbe rispondere: “Ma l’Ego naturalmente!”.
Ebbene, dell’Ego come supposto colpevole di tutti i fallimenti lungo il nostro cammino di Realizzazione del Sé e scoperta di ciò che siamo veramente, ne abbiamo parlato altrove. Qui ci concentriamo sul perché usiamo questa espressione – Resistenza – quando ci troviamo in quei momenti in cui vorremmo andare in una certa direzione, eppure sembra che non riusciamo a fare nemmeno un passo:
– proprio come quando cammini controvento, dove ogni singolo movimento ti costa una fatica improba e procedi così lentamente che stare fermi sarebbe lo stesso;
– o come nelle più oscure tempeste, quando ti rendi conto che stai girando intorno e ti ritrovi sempre allo stesso punto.
Ma no! Tu vuoi andare avanti, tu vuoi andare di là, verso quella tale meta, in quella direzione che hai intravisto, sognato, immaginato. Tu vuoi proseguire, ora, subito, non dopo, vuoi cambiare, adesso, subito, non tra un po’, domani, o chissà quando…
Già, sì sì, suona molto bene questa volitività, questa motivazione forte, questa convinzione e presa di posizione… e quanti approcci la sostengono come la cosa migliore che tu possa fare, come l’attitudine più adatta al tuo cammino di espressione del tuo Pieno Potenziale e Realizzazione di te stesso e del Sé.
Ma è davvero così? È davvero tutta questione di volontà e di motivazione? È davvero questa la strategia adatta, o ancora una volta, si tratta di un’interpretazione della vita e di ciò che ci accade un po’ superficiale, frutto di qualcosa che sembra semplice, che salta agli occhi subito e che piace tanto alla mente cognitiva con la sua passione per le soluzioni “detto-fatto”?
Non sarà che l’invito che ci stiamo portando attraverso quelle che chiamiamo “Resisitenze” è invece ben più profondo? Per rispondere a tutto questo, cominciamo a porci una domanda semplice:
Esiste davvero questa realtà, questa condizione, che chiamiamo “resistenza”?

Per la maggior parte delle persone, un lungo tratto del cammino verso la realizzazione di ciò che siamo veramente viene dedicato alla conoscenza di ciò che ci limita a livello di credenze su noi stessi e sul mondo, così come degli schemi psico-emotivi attraverso cui ci relazioniamo con la vita, alcuni dei quali si attivano proprio nelle fasi di cambiamento quando sorge il desiderio di qualcosa di nuovo e di diverso rispetto alla situazione nella quale ci troviamo.
Siamo stufi di ciò che abbiamo sperimentato fino a quel momento e così prendiamo la decisione di cambiare, però… la decisione, da sola, non sembra bastare. A livello razionale, magari anche emotivamente, abbiamo ben presente che non vogliamo restare lì dove siamo, nella dimensione che conosciamo, eppure, qualcosa, a un qualche livello più profondo sembra resistere, ci rende difficile fare certi passi, lasciar andare gli schemi reattivi e le credenze ad essi connesse e di cui magari, dopo anni di osservazione, siamo perfino stra-consapevoli.
Siamo motivati, siamo ispirati, siamo decisi… eppure, non basta aver compreso cosa vogliamo e la migrazione spesso fallisce; quando meno ce lo aspettiamo, ecco un evento, magari in sé perfino superficiale, occasionale, irrilevante, sufficiente però a farci inesorabilmente scoprire che siamo ancora “intrappolati” nei meccanismi di sempre.
Ecco, quello è il momento di cui, di solito, invochiamo le “resistenze”, le quali assumono innumerevoli volti: a volte quello della paura, altre quello della sfiducia, altre ancora quello della fuga; insomma, in un modo o nell’altro, non riusciamo a procedere.
Ma cosa sta succedendo davvero in quel momento?
Come probabilmente sai già, qui a LilaVAR, non entriamo nel merito degli aspetti psicologici e delle possibili risposte, alternative o soluzioni che li disinneschino, perché l’ambito in cui ci muoviamo è quello della Coscienza di Sé.

Le resistenze: un cambio di prospettiva
Come spesso accade quando si passa da una prospettiva incentrata sulla psiche a una incentrata sulla Coscienza, il fulcro fondamentale a cui rivolgere l’attenzione è quel “senso di io”, quel senso di essere un qualcuno a cui accadono determinate cose, che cominciamo a indagare attraverso quella sincera osservazione diretta delle cose così come sono, magari anche attraverso la domanda “Chi sono io, veramente?”.
Ecco. Se guardassimo da questa angolatura, come cambierebbe l’idea di “resistenza” e degli schemi comportamentali a essa collegati e che vogliamo cambiare, che consideriamo sbagliati, che consideriamo un impedimento, un ostacolo, il bastone tra le ruote del nostro desiderio di cambiamento?
L’idea di “resistenza” sopravviverebbe se dalla Coscienza che sono vedessi che tutto questo movimento non riguarda “me”, e che si tratta “solo” di fenomeni, proprio come un temporale dentro il quale mi ritrovo all’improvviso, senza averlo previsto e senza che questo abbia niente a che fare con ciò che sono?
Ovviamente, come dico sempre, non si tratta di negare i fenomeni e il loro portato (emozioni, pensieri, azioni necessarie, obbligate o utili...), ma solo di vederli per quello che sono.
Intendo: un temporale è un temporale, è un fenomeno della natura e non si scatena per “colpa mia”, o perché devo risolvere, sanare, guarire qualcosa; tuttavia, mi trovo lì, coinvolto nei suoi effetti: mi bagnerò, avrò freddo, arriverò tardi al mio appuntamento, non potrò farmi la passeggiata idilliaca che sognavo di fare, proverò rabbia, tristezza, frustrazione, e cose così.
E, allora?
Ti domando…
Quando viviamo davvero dalla Coscienza che siamo, i fenomeni sono fenomeni: sperimenterò quel temporale, mi bagnerò, avrò freddo, arriverò tardi, ecc.
Ma… qual è il problema?
Sì, bagnarsi è una rottura, arrivare tardi anche e chissà quante conseguenze catastrofiche innesca, però… perché definirlo un “problema”?
Forse questo supposto problema non c’è se mi rendo disponibile all’esperienza che si presenta; essa è quello che è, così com’è; può darsi che non sia come l’avrei voluta, anzi, sembra qualcosa di indesiderato che si mette di traverso ai miei obiettivi e desideri, scombina i piani, cambia le necessità del momento…
E allora?
Ti domando…
Puoi provare a non trarre conclusioni, porre raggiungimenti su cui misurare il tuo progresso e lottare con la vita credendo di dover andare da qualche parte e diventare chissà chi o come?

Quando viviamo davvero dalla Coscienza, davanti a un “temporale”, non si attivano tutte quelle catene di pensieri che spesso si associano al “cambiamento dei piani”:
– non mi lamenterò del destino ingiusto o della sfortuna;
– non mi giudicherò per le eventuali conseguenze (sono arrivato tardi), non mi darò dello stupido (potevi portare l’ombrello, potevi guardare le previsioni meteo…),
– non mi perderò nei “se” (se fossi uscito prima, se avessi seguito la mia intuizione…),
– non mi perderò nelle speculazioni (ho perso la mia occasione; adesso mi ammalerò…)
– e non dirò nemmeno “sono bloccato”, mi sto auto-sabotando… sto resistendo (appunto).
Comprendi?
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Insomma, ciò che ti accade e che chiami “Resistenza”, in verità non è altro che quello che c’è in quel momento… allora, c’è davero bisogno di chiamarlo “Resistenza” e caricarlo di tutti i significati (psicologici) connessi?
In sostanza, l’idea di “Resistenza” esiste solo se ti immagini su un cammino proiettato verso una meta, fatto di passi da compiere e obiettivi prestabiliti da raggiungere, dimenticando che non c’è nessun dove verso cui ci stiamo dirigendo, bensì solo un grande, infinito, caleidoscopico “campo di esperienza”.
In tal senso, quella “resistenza” è un’esperienza, proprio come tutte le altre: puoi abbracciarla, puoi attraversarla, viverla, sentirla, e tutto finisce lì, perché – lascia che te lo ripeta – non stai andando da nessuna parte.
Comprendi?
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Quella “Resistenza” non è un ostacolo verso qualcosa che avrebbe dovuto succedere, o una meta che dovevi raggiungere; è ciò che si presenta, è parte fondante del cammino e imprimerà il suo effetto: chissà cambierai strada, chissà riproverai, chissà rinuncerai…
Qualunque cosa succederà non attribuirgli un significato sull’asse successo/fallimento, partenza/meta finale. È questa idea di dover andare da A a B, in un certo modo e in un certo tempo, che emotivamente ti schiaccia e ti fa cadere nella spirale della sofferenza, dell’attrito, del senso di impotenza, della frustrazione o della mancanza di significato…

Come mi capita di ripetere spesso, una delle ultime porte che attraversiamo lungo il Viaggio di comprensione di ciò che siamo è quella del “rifiuto”. È una porta molto profonda, e insieme a quella del senso di separazione è una delle istanze più caratterizzanti la psiche umana, ma l’essere umano, l’homo sapiens, tu, non sei solo psiche; la psiche è uno dei luoghi di te, non la tua natura.
Ecco, in tal senso possiamo dire che le Resistenze, ciò che chiami tali, sono la manifestazione più netta del “rifiuto” che, consciamente o inconsciamente, applichi a tutto ciò che non era nei tuoi piani o non va come pensavi.
Quando etichetti una situazione interna o esterna come “Resistenza”, a un livello più profondo stai solo riconoscendo che lì c’è un’attitudine di rifiuto e di fuga dall’esperienza, un sottrarsi, un non volere che le cose siano così…
ma, vedi, è che le cose sono così.
Sì, lo so che confrontarsi con “il dato” e accettare il dato, per la mente è molto sfidante e spesso molto irritante, perché di solito, questo “così com’è” o stimola la ribellione o stimola la rassegnazione, ma il riconoscimento delle cose così come sono (che molti chiamano accettazione) non ha niente a vedere con tutto questo. E soprattutto, non significa certo che non ci sarà un cambiamento!
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Ecco. Non c’è nessun altro “mistero” nelle cosidette Resistenze e non è poi così determinante individuare la tonalità del rifiuto che esprimono (se è per paura, rabbia, impotenza, sfiducia, svalutazione, …), ciò che conta è riconoscere ciò che sta accadendo: una forma di rifiuto. Punto. Senza conseguenze.
So che, ora, probabilmente, ti salirà la domanda: “E cosa faccio quindi?” o “Come faccio per…”?
Ebbene, dal Cuore, dalla Coscienza, non posso che dirti: “Nulla, non fare nulla”.
Non c’è qualcosa che tu debba fare con quel rifiuto (paura, rabbia, colpa o lotta), solo osserva che è ciò che c’è; non vuol dire che sarà così per sempre; magari sentirai per dieci volte quella Resistenza, e l’undicesima no; e chissà quali altre cose, dal campo di intelligenza che sei, metterai in atto nel frattempo, e così magari non sarà necessario affrontare 10-volte+1 quella Resistenza; magari, invece cambierai perfino strada, totalmente, quando meno te lo aspetti…
I Viaggi di Avventura sono così: se sul tuo cammino trovi un guado che non puoi superare, per quanto ci provi, per quante alternative studi, o per quanto ti disperi “perché quel sentiero, sulla carta, era proprio perfetto”, magari dovrai tornare sui tuoi passi, dovrai tornare indietro, per poi scovare un altro sentiero e aggirare il guado, o arrivarci con mezzi che ora non immagini nemmeno, ma che saranno ciò che ti permetterà di superarlo…
Comprendi?

Sì, perché, per dirla molto chiara: nessuno sa, tantomeno tu, attraverso quali esperienze, passaggi, fallimenti (li chiami tu), arriverai a fare i passi che vuoi fare. Dunque, arrenditi a quella Resistenza-rifiuto, nel momento, proprio mentre la percepisci. Tu, sei molto di più di quanto comprendi cognitivamente e di quanto vivi emozionalmente. Questo “campo di te” che sei e che sta creando l’esperienza, metterà in moto altre soluzioni, altre esperienze, altre vie…
E arrenditi a quella cosa che non vuoi sentire, che rifiuti e stai rifuggendo, perché il rifiuto-Resistenza è fondamentalmente un rifiuto dal sentire, un rifiuto dall’incontrare quella cosa che si presenta e che, appunto, scatena quella che chiami la Resistenza.
Sentire, non è tanto un fatto emotivo, come spesso si pensa; sentire è un fatto “energetico”: stai lì, sii lì, con tutto quello che comporta, senti il rifiuto e la voglia di scappare, e senti ciò che stai rifiutando…
Senti e basta: siediti lì, in mezzo a quel marasma, e basta. Non devi fare niente, solo senti. Il non voler sentire è una delle reazioni fondamentali che sta dietro tutte le lotte, i conflitti, le resistenze, i blocchi, i “così non va”…
Questa resa, quando accade, accade a tutto il sistema, per questo la definisco “energetica”. Se proprio dobbiamo provare a descriverla puoi immaginarla come un rilassamento profondo di ogni singola fibra del tuo corpo; l’attenzione si defocalizza anche se, nel frattempo, la mente impazza, ma tu non la ascolti più, perché sai che è solo la “solita radio” con tutte le sue conclusioni e le visioni catastrofiche su quello che succederà e le ragioni per reagire o le strategie per toglierti da lì…
Ebbene, molla!… come vuoi che te lo dica?
Lascia andare, fai finta che sia l’ultimo istante della tua vita, muori a quel momento, arrenditi al mistero della Vita; è quello che di fondo hai scelto, qualunque idea di cambiamento di te ti sia venuta in mente.
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Dietro, c’è questa scelta, che hai già fatto; lo hai già scelto, perché sai che, qualunque sia il passaggio che stai attraversando, ciò che c’era fino a quel momento non era più per te, e allora salta, apriti a questo non-sapere – cosa succederà, se ne verrai fuori, quali conseguenze avrà, cosa perderai, cosa guadagnerai…
ma, mi raccomando, ricorda di accompagnarti in questo salto, in questa resa, con amore, perché quale luogo migliore di un temporale e di una tempesta per imparare a essere compassionevoli con se stessi!
Buone “resistenze”, allora,
intanto, ti abbraccio dall’Unico Cuore 💚
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