Stare bene, sentirsi bene
Te lo dico in modo diretto e senza mezzi termini: fino a che ricorri a una tecnica o a un metodo per sentirti bene, sei molto lontano dal sentirti bene sul serio. Stai ancora navigando nelle acque tumultuose della superficie, a volte calme, a volte tempestose, tuttavia sempre e comunque fuori controllo e altamente mutevoli;
a volte, cambiano in modo repentino e sorprendente, a volte la ripetitività di ciò che si ripresenta è tale che sembra non ci sia una fine; in entrambi i casi, finisce che la tranquillità è solo un ricordo, talmente remoto che sembra perfino una finzione, qualcosa che ti sei inventato, che forse hai sognato e non è mai esistito…
Quindi, la domanda fondamentale da porsi è:
“Da quanto non ti senti più davvero bene, bene sul serio, profondamente bene?
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Prima di rispondere, ricorda che se vuoi che il tuo Cammino di Coscienza di Sé abbia davvero un senso, non puoi non essere onesto, poiché puoi anche ingannarti mentalmente, ma il tuo sistema sa perfettamente qual è la verità, e da lì si muove, non da quello che ti racconti.
Sul tema dell’onestà di cuore ci torniamo spesso qui a LilaVAR, poiché, è un altro tema cardine della scoperta di ciò che siamo veramente. Intanto, cominciamo a chiarire che lo “stare bene” dell’Essere, quello che alcuni chiamano pace suprema e serenità duratura o imperturbabile, viene dal radicarsi coscientemente nell’Essere che siamo, nella nostra vera natura e non conosce tempeste; può vederle accadere, può “ospitarle”, può esserne profondamente attraversato, ma, in sé, non ne è toccato.

Insomma, a questo “stare bene dell’Essere” non ci arrivi con una tecnica meditativa, un metodo, una filosofia, una credenza, un nuovo mindset, o qualunque altra cosa.
E, in sostanza, non ci arrivi anche perché non è il risultato di qualcosa, un raggiungimento o una condizione: è la natura stessa dell’Essere, non si fa, non si distrugge, non evolve, non muta, non si altera. È qualcosa che è già lì da sempre, a priori, per questo il gioco della Realizzazione del Sé è più un rendersi conto che l’Essere, il Sé, ciò che sei veramente, c’è e c’è sempre stato, piuttosto che un ottenimento, un frutto di…
Ok, magari intellettualmente tutto questo già lo sai, poiché oggi girano molte informazioni sul Risveglio, la Realizzazione del Sé, la pace suprema e l’Essere imperturbabile, ma 90 su 100 non è quello che sperimenti nella tua quotidianità:
ovviamente, come tutti gli esseri umani, sperimenterai momenti più o meno lunghi di una certa tranquillità o serenità, ma non è ciò di cui stiamo parlando qui, proprio perché non stiamo parlando di stati, di una serenità che prima hai e poi perdi.
Inutile dire che non c’è niente di male nel cercare questi stati di serenità: se hai un tuo modo, e questa serenità non è frutto dello sforzo di una tecnica costante, fantastico, goditelo! Se è il frutto di uno sforzo, beh, sarebbe già un tema più interessante da approfondire, ma in ogni caso, goditelo, per quello che è, senza dovergli per forza attribuire chissà quale significato “superiore” o “evoluto”.
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Facciamo un esempio: sei stressato da un problema sul lavoro, da un litigio appena concluso con qualcuno a cui vuoi bene, da un sovraccarico di cose da fare, o cose così. Per calmarti, ritrovare un po’ di equilibrio, vai a correre, ti siedi in meditazione, fai una sessione di respirazione profonda, curi le piante del giardino, suoni il tamburo, o canti a squarciagola la tua canzone preferita…
Ecco, queste cose così comuni che tutti facciamo, oggi, vengono spesso ammantate di un’aura di spiritualità, ma sono normali “aspirine” che prendiamo per alleviare il “mal di testa”, e no, non c’è niente di male in questo – non devi tenerti il mal di testa a tutti i costi, perché è più spirituale, perché altrimenti spegni il sintomo e non impari la lezione (anche questo un mito duro a morire negli ambienti spirituali),
e no, il dolore e la sofferenza non sono un segno del tuo livello di avanzamento sul cammino verso la scoperta di ciò che sei veramente, o qualcosa che devi attraversare fino in fondo per poter arrivare all’Isola dell’Essere Imperturbabile.
Viviamo in un’epoca in cui tutto è diventato una tecnica, e tutto è stato ammantato di questa qualità da “cose evolute” e superiori – cantare apre il chakra della gola, ballare o correre scuote la kundalini e ti fa entrare nel flow e nel silenzio mentale… per non parlare del super-potere della respirazione, panacea meditativa di tutti i mali!
Comprendi?

Ovviamente sto esagerando e non dico certo che alcuni di questi espedienti non abbiano senso, anzi!, ma se non ci scrolliamo di dosso un po’ di questi significati spirituali, superiori, evoluti, di cui ammantiamo risposte naturali e comuni, rischiamo di scambiare lucciole per lanterne, e non sarebbe certo la strada migliore da imboccare se vogliamo scoprire chi siamo veramente.
Queste “risposte” che così spesso attuiamo davanti a stimoli che ci stanno sollecitando in modo eccessivo, sono espedienti normali, naturali, una spontanea capacità regolativa del nostro sistema che sa come “spingere sul beccuccio, quando la pentola a pressione fischia”. Ciascuno lo fa a modo suo, in accordo con le sue possibilità, la sua epoca, il suo contesto. E stop.
Non ti basta? O, giusto per affondare un po’ il dito nella piaga, hai bisogno di un permesso per ricorrervi, di un significato più profondo che giustifichi il fatto che te li concedi? Se ballare come un matto ti aiuta a calmarti, perché devi tirare in ballo la kundalini? Se fare respiri profondi ti aiuta a ritrovare un senso di maggiore equilibrio, perché devi invocare la saggezza antica e arcana del Pranayama?
Comprendi?
Ecco, chiarito questo, ora facciamo un altro passo e torniamo alla nostra questione del “benessere supremo”.

A cosa servono le Tecniche e i Metodi?
Ma allora, to starai chiedendo, a cosa servono davvero le tecniche e i metodi per “stare bene”, ritrovare la pace e la serenità?
Se sei qui è perché probabilmente, almeno una volta, ti sei sentito come una nave in mezzo a una tempesta senza speranza. E sai perché ne sono piuttosto sicura? Perché non si comincia a desiderare la pace se davvero non si è stato troppo tempo, ma davvero troppo tempo, nella tempesta.
Solo quando i giorni bui si ripetono senza intervallo per tempi considerevoli, solo quando, in fondo, stai perdendo la speranza che dopo la pioggia esca il sole, proprio lì dove si insinua il dubbio che non ci sia alternativa, che non se ne uscirà mai, che le cose vanno di male in peggio, allora nasce un seppur minuscolo seme di un’autentica ricerca della pace profonda.
Se non viene da lì, di solito o è speculazione, un desiderio ancora molto mentale, un’idea che ti sei fatto rispetto a come dovrebbero essere le cose e la vita, un’aspirazione spirituale, qualcosa che “suona bene” e sembra desiderabile, o magari un semplice desiderio di sollievo da stati che non ti piacciono e che consideri scomodi; in tal caso, si tratta di valvole di sfogo (proprio ciò di cui parlavamo prima) e quello che desideri è euforia, entusiasmo, energia, assenza di sofferenza o ansia, di preoccupazione o paura, rabbia… e cose così.
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Come dicevamo prima, non c’è niente di male in questo. Persegui il tuo obiettivo e concediti tutto il sollievo che senti importante per te, in questo momento:
– Non ha nessun senso aspirare a salire sull’Himalaya (la pace suprema) se non sei nemmeno mai salito sulla collina dietro casa (attimi di serenità quotidiana).
– Non ha nessun senso aspirare alla pace suprema se quello che vuoi è solo trovare momenti di tranquillità in mezzo al caos.
Dico sul serio.
E anzi, ti dirò di più: se è la serenità quotidiana che cerchi, l’Himalaya ti deluderà, perché quella “pace suprema” come molti maestri la chiamano, non ha niente a che fare con la tranquillità che tu immagini.
E ti diro di più, l’Himalaya non è nemmeno un posto migliore della collina, e tu non sarai un essere umano migliore se ci arrivi. Per questo insisto sempre tanto sull’importanza di essere onesti internamente.
Nessuno, ma proprio nessuno, né ora né mai, né nell’aldilà o nel karma o in qualche altra dimensione che immagini esista, sindacherà mai su ciò che vuoi veramente. Sei totalmente libero di volere quello che vuoi e scegliere cosa è importante per te. Punto. Non ci sono “voleri spirituali” e più evoluti o più alti, migliori e importanti, o voleri “bassi”, peggiori e da trogloditi.
Comprendi?
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Se la spinta alla pace viene dalla mente, certamente ti porterà a indagare, può darsi a sperimentare e perfino a trovare delle forme con cui alleviare momenti di scomodità e ti basterà. Quella serenità di una sera, quel respiro un po’ più profondo post-meditazione o post-sessione massaggio, ti basterà. E che meraviglia, goditelo! Insisto.
Tuttavia, a molti succede che no, non basta. Per questo, cerchi qualcos’altro, qualcosa che funzioni di più o meglio, perché alla lunga la “medesima dose” di sempre non avrà più impatto sul medesimo “mal di testa”. E così vai alla ricerca della tecnica risolutiva, fino a quando non ti deluderà, e ti deluderà e ancora ti deluderà …
Quello è il momento in cui domandarsi con grande onestà cos’è che stai cercando? Lo stare bene, il benessere, il sollievo o qualcos’altro che alla fin fine non ha niente a che fare con il mal di testa e l’aspirina?
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Per un po’ di tempo le cose rimarranno confuse e non saprai rispondere chiaramente a questa domanda interna, così la sofferenza continua, la frustrazione senza sollievo, lo sbattere la testa sempre sullo stesso muro fino a svenire, quel sentire di avere le spalle al muro, di essere in fondo al pozzo, ti spingeranno a cercare un modo per fare click.
E così ci rivolgiamo alle tecniche, alla ricerca di un “qualcosa”: un aiuto, un sollievo, un calma-sintomi, un pronto-intervento, un sostegno… in una parola, una cura, una soluzione che ti dia la sensazione che quella tempesta non sia l’unica realtà possibile e immutabile che vivrai da quel momento fino all’eternità.
Ecco, questo sono le tecniche: soluzioni per non sentire quello che stai sentendo, palliativi per illuderti che da quello stato così totale che stai sentendo si può uscire e che, un sole, da qualche parte, esiste, anche se non lo vedi, e che c’è un senso a tutto quello che stai vivendo – una lezione da imparare, un conto da pareggiare, una ferita da guarire, il karma da pagare e la colpa da espiare…
questa interpretazione orrenda ma rassicurante, ti farà mandare giù il dolore o la tempesta, proiettandoti in un futuro di sanazione, e, che tu te ne renda conto o no, ti proietterà anche in una spirale senza fine basata sull’idea di “difetto” e “correzione” – di te, del mondo, della vita – secondo il dogma interno: “le cose così come sono, sono sbagliate”.
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Non c’è niente di male nei palliativi: illuditi pure, dico sul serio, non c’è nulla di male nell’illudersi un po’ quando la pressione diventa forte: se ti dà sollievo, è una possibilità; se va bene per te, se ti soddisfa, se ha senso, lo sai tu, dentro di te e solo tu devi saperlo, non c’è bisogno che da fuori arrivi nulla: un permesso, una ragione, un’approvazione, una conferma…
Perché no, non devi per forza essere un eroe senza macchia e senza paura, possiamo essere deboli e perfino anestetizzarci a volte, se questo in quel momento è ciò che ci appoggia. È un meccanismo naturale di sopravvivenza, una risposta estrema a uno stress troppo forte.
Il punto non è mai nel singolo intervento – lì è la natura di ciò che sei che interviene – tuttavia, diverso è se l’intervento “necessario” diventa una cronicizzazione, un’abitudine, o quando lo attuiamo totalmente inconsci di ciò che c’è veramente dietro, di qual è la reale spinta, il bisogno profondo che da un lato ci stiamo dicendo di avere e dall’altro non ascoltiamo.
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Se davanti a un raffreddore forte, prendi un’aspirina, che problema c’è, è fatta per quello, aiuta e supporta ad andare oltre il raffreddore… altre volte, quando ti troverai in circostanze più tranquille, magari ricorrerai solo ai suffumigi e al riposo, però, che importa?
non sei meglio nel secondo caso o nel primo, non hai nulla da dimostrare, non sei più “spirituale”, più “connesso con la natura”, più equilibrato, più cosciente, nel secondo caso e meno nel primo, non devi dimostrare nulla – sacrificio, sopportazione, forza, fiducia nel divino, o qualunque altro contenuto tu dia alla guarigione stoica da un raffreddore…
La criticità si manifesta quando prendi l’aspirina al minimo mal di testa, al primo starnuto, già dando per scontato che si tratta di un raffreddore tremendo. Il punto ancora più critico è quando prendi l’aspirina ancora prima che ci sia un mal di testa, o un primo starnuto. La prendi, “preventivamente” ti dici…
Eh già! Eccoci qui!
Questa è la cronicizzazione, questa è la dipendenza, questo è il vero anestetizzarsi, e questo fanno le tecniche. Tutte. Indistintamente:
- tutti i metodi che applichi “preventivamente” alla tempesta, con la scusa che devi guarire, stai guarendo, ti devi sanare, devi migliorare, devi uscire da questo o da quello…
- tutti i metodi o le tecniche che partono dal presupposto di una causa da risolvere e la promessa di un effetto: la tristezza, la rabbia, la paura, o idee tipo: “così poi, il raffreddore non si presenterà mai più”;
- tutti i metodi e le tecniche che ti promettano di poter dire: “Ecco, risolto!”
Solo che, vedi, non esiste qualcosa di “risolto” nella vita. Non solo perché la vita non è un problema da risolvere, ma anche perché la vita è un flusso di eventi, non è uno stato, quindi, non esiste uno stato risolto e uno no, un prima e un dopo, esiste un movimento sempre in movimento.
Non si tratta di passare da uno stato A (triste, pauroso, raffreddato) a uno stato B (gioioso, entusiasta, guarito). Non solo la tristezza, la rabbia, la paura non sono “problemi” – tuoi o della vita – ma non sono nemmeno “stati”. Sono eventi, movimenti, e sì, come le peggiori tempeste possono essere duraturi, tormentosi, quando sembra che non ci sia una fine o un’alternativa, quando sembra che siano l’unica esperienza possibile. E punto.
Puoi accettarlo? O vuoi che ti illuda e che alimenti di nuovo la tua fantasia di un qualche paradiso salvifico, dicendoti che no, che è solo perché stai imparando non so quale lezione, o sanando non so quale ferita o trauma, o che… è solo che… (mettici la scusa che vuoi).
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Tutte le tecniche che applichi a partire dall’idea che sei “malato”, sono solo anestetici; e ti dirò di più, esattamente come accade con i farmaci o altre forme compensative e palliative, finirai per assuefarti e così, quando ti serviranno veramente, o potrebbero davvero essere quel supporto perfetto di quel difficile momento specifico, non funzioneranno più e ti metterai a cercarne altre, nuove, che certamente troverai, e saranno sempre “miracolose” quando le incontri, estremamente attrattive, affascinanti, promettenti, rassicuranti… per poi fare la fine delle altre… e via così all’infinito (sì, l‘io è un ipocondriaco cronico)
Comprendi?
Se sì, facciamo ancora un altro passo…

La Tempesta è un fenomeno “tutto o niente”
Per dirla in modo diretto, il giorno in cui sarai davvero nella tempesta non ti ricorderai affatto dei palliativi… o la tempesta non è una vera tempesta. Perché la tempesta è una condizione di tutto o niente: non puoi essere “un po’” nella tempesta, in tal caso chiamala temporale, chiamala cielo nuvoloso, ma non chiamarla tempesta.
Quando sei in una tempesta, che tu lo veda o no, ti ricordi della tecnica solo dopo, solo se, per caso, fosse anche solo per un istante, il vento e le onde si saranno fermate. Osserva, non farti ingannare dalla natura lineare della mente cognitiva.
Sei cosciente della tempesta solo se sei perfettamente presente. Se sei lì, allora sei in quello stato di comprensione delle cose della vita, per cui sai che una tecnica è totalmente irrilevante, non solo perché non funziona, ma proprio perché non è necessaria, non ce n’è bisogno,
perché non c’è bisogno che la tempesta non sia una tempesta: una tempesta è una tempesta, non uno stato “sbagliato” che debba essere risolto o un “disastro” che debba essere evitato. Se non lasci andare l’idea di “errore”, non lascerai mai che a guidarti sia qualcosa di diverso dalla mente (psicologica).
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Se sei cosciente della tempesta, il problema non si pone, se non lo sei, puoi esserne più o meno consapevole (coscienza e consapevolezza non sono la stessa cosa) ma questo accade “dopo”, fosse anche solo un micro-secondo dopo;
succede a volte che si verifichi un fulmineo “entra-esci dal film”, come dire, un istantaneo “sono tutto dentro il film e sobbalzo per via del mostro che mi insegue”, seguito da un altro istantaneo “sono seduto sulla poltrona del cinema e so il che mostro è nel film e non qui accanto a me, e a me non sta succedendo niente”, ma questi sono fenomeni che non puoi controllare e far accadere – no, nemmeno se pratichi la vipassana, la mindfulness, o qualunque altra tecnica per il Risveglio, o se usi un’antica pratica di respiro super-efficace, garantita, creata dal più saggio dei saggi e che senza ombra di dubbio ti calmerà dopo essere sobbalzato insieme al mostro.
In effetti, può essere benissimo che la tecnica ti calmi, ma questo, dimmi, cosa c’entra con il mostro? Lo cancella, lo elimina dalla storia, rende diverso quello che hai vissuto mentre sobbalzavi? e, ancor più, ti impedirà di sobbalzare la volta successiva?
Se succederà che al decimo mostro del decimo film sobbalzerai un po’ meno è perché, via via che l’esperienza si ripete, che tu ne sia consapevole o no, stai migrando da uno stato di consapevolezza a uno di coscienza, e non tanto del mostro, quanto di tutto il campo di energia che si manifesta in quel momento.
Questo non accade perché hai usato una tecnica, e se ti illudi che quell’essere cosciente mentre sobbalzi insieme al mostro nel film (che è ancora un mostro nel film), farà sì che il mostro, il sobbalzo, la paura, il respiro accelerato e il cuore a mille scompaiono per sempre, beh, ti sbagli di grosso.
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La Realizzazione di Sé, il Risveglio, l’Illuminazione o comunque tu voglia chiamare questo ideale stato di pace suprema e serenità imperturbabile, non cambiano la tua natura di essere umano… anzi! Semplicemente ne diventi cosciente e smetti di pensare che tutto questo sia sbagliato, fuori posto, o involuto.
Comprendi?

Ecco, allora facciamo l’ultimo passo e affondiamo il coltello alla radice:
le tecniche in tempo di pace, l’aspirina preventiva, non ti aiuteranno ad affrontare la tempesta successiva o – torniamo al punto da capo – non è una tempesta.
Se il mostro ti rincorre, la paura è reale, totalmente reale, ti pervade completamente, e certamente non stai lì a cercare di formulare il pensiero: non ho paura, questa è un’illusione, il mostro non esiste…
Se puoi farlo, non stai avendo paura. Se, invece, è chiaro che il mostro è nel film e tu sei sulla poltrona, la paura si manifesterà come uno dei tanti fenomeni del momento – il cigolio di una porta, un clacson fuori dal cinema, l’amico accanto che ti sussurra qualcosa… in tal caso, ti godi il film e lo vivi per quello che è, e non hai bisogno dell’aspirina.
Comprendi?
Allora adesso sai perché ho cominciato questo articolo chiedendoti: Cosa guarisce un’aspirina, se la prendi quando il raffreddore non c’è?
Comincia a osservare la tua relazione con le tecniche – se ne hai, ne segui, ne desideri, ne vuoi, ne pratichi o le hai abbandonate e perché…
E lascia che ti dica una cosa: le tempeste sono momenti altamente creativi, così come i cieli nuvolosi sono altamente riflessivi, per questo il mio suggerimento è: lascia che la tempesta arrivi, che la tempesta sia una tempesta: sobbalza con il mostro, scappa a più non posso, chissene** se è un film oppure no, è la vita, è fatta così,
perché vuoi la pace suprema?
perché cerchi il benessere imperturbabile?
ti rendi conto che così stai solo cercando una vita in cui non ci siano tempeste?
E sai cosa succede quando non ci sono tempeste, temporali, nuvole o altri “disastri”? beh, la terra si trasforma in un deserto arido, non nel paradiso terrestre che immagini,
quindi, non combattere con le tempeste, non cercare una tecnica che trasformi il leone in un micetto da divano del salotto, anche perché non sai mai attraverso quale uragano arriverà la prossima preziosa comprensione, probabilmente proprio quella che stavi cercando, che squarcerà il cielo, lasciandoti a bocca aperta, incantato dalla maestosità e dal miracolo della vita e di ciò che siamo veramente.
Intanto che ci pensi su, ti abbraccio dall’Unico Cuore 💚🐾
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